“SIAMO TESTIMONI E NON POSSIAMO NON ESSERLO” |
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Jean Samuel vive a Strasburgo
(Francia). Ebreo, fu arrestato nel marzo 1944 e deportato a Auschwitz .
Domanda: Lei è
stato liberato dal lager di Buchenwald l’11 aprile 1945. E’ uno dei pochi
“salvati” fra una innumerevole schiera di “sommersi”. E’, in forza di ciò, un
testimone degli orrori visti e vissuti. Risposta: Ogniqualvolta do la mia testimonianza su quanto è accaduto e su quanto ho vissuto nei campi di concentramento tedeschi, il mio pensiero corre agli ebrei, agli zingari, agli omosessuali, agli oppositori politici che da Auschwitz non sono usciti o sono usciti solo attraverso uno dei camini dei forni crematori. Più di un milione di persone, molte delle quali hanno trovato la morte il giorno stesso del loro arrivo. Ho negli occhi e nel cuore soprattutto la mia famiglia; di 8 deportati ci siamo salvati in tre: mia madre, una cugina e io, l’unico dei 5 maschi. Mi ci è voluto molto tempo prima di iniziare a testimoniare; prima se ne parlava privatamente in famiglia, con gli amici. Il mio impegno è ora di testimoniare pubblicamente e lo farò finché avrò forza e fiato. D.: Quando fu arrestato e portato ad Auschwitz? R.: Della mia famiglia fummo arrestati in 8 il 2 marzo 1944. Insieme a me, mio padre, mia madre, il fratello Pierre, 2 zii fratelli della mamma, una cugina e suo padre. Eseguì l’ordine di cattura la Gestapo di Agnen, piccolo paese del dipartimento Lot-et-Garonne. Probabilmente ciò avvenne a seguito di una denuncia, dal momento che gli zii militavano nella Resistenza. Fra le 18 persone che componevano la famiglia ne scelsero 8, forse perché non c’erano altri posti nella camionetta con cui erano venuti a prenderci. Dalle prigioni di Agnen ci trasferirono prima a Tolosa (proprio nelle immediate vicinanze dell’università dove avevo fatto i miei studi) e poi a Drancy; vi restammo 10 giorni. Il 27 marzo lasciammo Drancy con il settantesimo convoglio fra i 75 partiti fra il marzo 1942 e il luglio 1944. Da Drancy furono deportati 76.000 ebrei; ne rientrarono 2251. Dietro la cifra impressionante di circa 74.000 persone “sommerse” dobbiamo intravedere neonati, bambini, adulti, malati, anziani. Non possiamo dimenticare ciò: è essenziale!
R.: C’erano 3 campi nei dintorni di Auschwitz e forse più di 40 nell’Alta Slesia. Fui assegnato al campo di Buna-Monowitz o Auschwitz 3, dove eravamo circa 15.000 prigionieri che dovevano fornire forza-lavoro alla IG Farben; la fabbrica era enorme e vi lavoravano 25.000 giovani del STO (Servizio del lavoro obbligatorio) venuti da ogni parte d’Europa. Incontrai lì uno di questi giovani, un francese da me già conosciuto, il quale riuscì a farmi giungere un messaggio, con rischio suo personale e mio, dal momento che era assolutamente vietato comunicare. Monowitz o Auschwitz 3 era un campo di lavoro dove si moriva o si spariva. Fu distrutto immediatamente dopo la guerra. Era un campo di concentramento….Ora è un quartiere residenziale. Il campo di Birkenau era riservato alle donne e agli zingari. Là si trovava mia madre, proprio di fronte ai forni crematori; le camere a gas non si vedevano. Per più di 30 anni, fino alla sua morte (è vissuta fino a 81 anni), pressoché ogni notte ha lottato con gli incubi delle fiamme dei forni. Io i forni non li ho visti; non dirò mai che c’erano, perché personalmente non li ho visti. La sola cosa che posso dire è che di tanto in tanto, quando il vento soffiava da ovest-nordovest, si sentiva un odore terribile. Ma io non ho visto le fiamme dei forni. Mia madre ha lottato anche con gli incubi degli scoppi. Sussultava di paura durante le feste, il 14 luglio o a Capodanno: il rumore dei petardi lanciati dai giovani gli ricordava la “marcia di gennaio”, durante la quale aveva sentito, colpo su colpo, gli spari dei revolver che freddavano di brutto chi non riusciva più a camminare. D.: Quali lavori le sono stati assegnati nel campo? R.: Dopo l’arrivo, per 15 giorni ci trattennero nel
campo. Si temeva una epidemia. Eravamo sistemati in un edificio dal quale non
ci facevano uscire per andare al lavoro. Ebbi allora l’occasione di conoscere
qualcosa del campo; c’era lì ormai da qualche mese un giovane lorenese e fu lui
a raccontarmi che già al momento dell’arrivo aveva perso il padre e la madre;
in genere i deportati non parlavano, perché alcune cose era impossibile accettarle,
anzi, anche solo crederle. La testimonianza diretta di questo giovane mi aprì
gli occhi: era forse uno dei primi ad essere al corrente di ciò che accadeva
all’arrivo dei nuovi prigionieri. Incominciò il lavoro; si trattava di
trasportare tronchi d’albero della lunghezza di 10 metri da un angolo all’altro
del campo; anche Primo Levi, che pur faceva parte di un altro Kommando, era
addetto al trasporto di carichi, più o meno pesanti, dalla mattina alla sera.
Questo lavoro durò due mesi, il tempo massimo di sopportazione di tanta fatica.
Fu istituito allora il Kommando di chimica e io vi potei entrare nel modo che
dirò: fra le circostanze favorevoli ebbi pure quella di imbattermi in un
giovane, fortunatamente francese, che aveva l’incarico di chiedere ad ognuno di
noi la nostra professione. Alla mia risposta d’essere uno studente in farmacia
replicò: “Del tutto inutile! Non hai nient’altro da segnalare?” Dal 1940 al
1943 avevo frequentato la facoltà di farmacia a Tolosa, ma avendo parecchio
tempo libero, avevo conseguito una licenza in scienze botaniche, matematiche e
soprattutto in chimica generale. Aggiunsi subito: “Ho un diploma in scienze:
chimica”. Mi rispose: Ah! Questa potrà forse servirti.” Questa licenza è stata
indubbiamente un fattore essenziale della mia sopravvivenza. Stavo al Kommando
di chimica, quando un giorno un Kapo (era un tedesco assassino, per quanto mi
era stato detto) domandò in tedesco se qualcuno sapesse lavare e stirare.
Capivo il tedesco e alzai il braccio, benché non avessi mai né lavato, né
stirato e sapessi che ad accettare si potevano correre dei rischi. Due rischi
fondamentalmente: il primo di svolgere male il lavoro, con la conseguenza di
essere mandato in un altro Kommando e otto giorni dopo di non essere più in
vita; il secondo rischio più spiacevole, di natura sessuale, perché i più
giovani diventavano spesso, per dirla con gentilezza, gli “amici del cuore” dei
Kapo, la più parte dei quali avevano dei problemi sessuali. Non erano nostri
questi problemi: avevamo ben altre preoccupazioni che queste! Mi andò comunque
bene, ebbi fortuna o perché il Kapo aveva già qualcuno, o perché non era
interessato alla cosa. Forse non gli piacevo, non lo so. Rimasi al suo servizio
due mesi e mezzo o tre. D’improvviso un giorno quel Kapo sparì e non si seppe
mai il perché. Prese il suo posto un ebreo olandese; succedeva anche questo nel
campo, cioè che una vittima diventasse aguzzino. Rientrai subito al Kommando di
chimica, di cui faceva parte anche Levi. D.: Il ruolo del “caso” e della “fortuna” nel campo. R.: Sono fortemente convinto che solo il “caso”, unito però ad una decisa voglia di vivere, ha permesso la nostra sopravvivenza. Sì, il caso, le circostanze favorevoli, conosciute o sconosciute. Per mia madre la decisione di Mengele, di cui le parlerò dopo, è stata la circostanza più paradossalmente felice. Nessuno è ritornato a casa perché era intelligente o perché era robusto. In ciascun giorno sono state necessarie alcune circostanze di fortuna. Noi “salvati” non abbiamo alcun merito per essere ritornati a casa. Per converso, questo ci toglie, per così dire, anche la “colpa” d’essere sopravvissuti, un senso di “colpa” che ha tormentato qualcuno; se non abbiamo commesso nulla di irreparabile, non dobbiamo sentirci “colpevoli”. Non tutti, purtroppo! Non siamo “colpevoli” d’essere sopravvissuti, perché non eravamo padroni della situazione. D.: Dunque non esisteva una regola per sopravvivere. R.: Nessuna! O meglio, maturava di giorno in giorno una pseudosaggezza: “A ciascuno il suo destino!” Non poteva esserci una regola perché eravamo sempre “in situazione”, cioè in pericolo, e i tedeschi non mancavano mai l’occasione di ricordarci che in qualsiasi momento eravamo buoni per essere “gasati”. Non c’erano né leggi, né regole. Un Kapo, una SS, un caporeparto della fabbrica, tutti potevano tutto e erano capaci di fare tutto. Nessuno poteva impedire loro di fare su di noi qualsiasi cosa! D.: In altre sue conversazioni lei ha parlato dell’importanza di “essere grigio” nel campo. Che significa? R.: E’ una tecnica, che però non funziona sempre. Per esempio, quando si usciva la mattina o si rientrava la sera, marciavamo in gruppo, per file di 5. Quando si passava davanti alle SS, chi occupava una posizione laterale correva più rischi di chi invece stava al centro: la mancanza di un bottone poteva avere conseguenze catastrofiche. Così pure chi era molto alto o molto basso o aveva qualche segno particolare correva maggiormente il rischio di colpire l’attenzione di un SS rispetto a chi era nella media. Si tratta di una cosa che credo tutti abbiano capito immediatamente. Bisognava “rimanere grigi” il più a lungo possibile, ma non era sempre facile! Nessuno ti insegnava nulla nel campo; occorreva imparare tutto da sé, soprattutto che cos’era la fame e più ancora che cos’era la sete, ben peggiore della fame. D.: Lei ha anche detto: “Lavarsi, nel campo, aveva lo stesso valore dell’amicizia: permetteva di non sprofondare definitivamente.” R.: Sì, è vero. All’inizio mi sono sforzato di lavarmi, ma non è durato tutto il tempo. Occorreva tanta buona volontà per farlo. Anzitutto c’era pochissima acqua e per di più fredda. Era difficile trovare la mattina un rubinetto d’acqua fredda disponibile. I rubinetti erano pochi e non all’interno del blocco, ma all’esterno, davanti ai servizi igienici. Bisognava spogliarsi e custodire tutte le proprie cose fra le ginocchia perché non te le rubassero; se non le si ritrovava, bisognava pagarle con il pane, cioè con il proprio sangue, se così si può dire, al fine di sopravvivere e di superare indenni il primo trasferimento o la prima ispezione. Anche Primo Levi fu derubato: era alla toilette e tra i vestiti aveva nascosto qualcosa da mangiare che poi non ha più trovato. Lavarsi era il minimo che si potesse fare; non so se a tutti è stato possibile per molto tempo, ma era importante soprattutto nei primi mesi per conservare le abitudini della vita civile. Le racconto un episodio che riguarda il mio rientro. Dopo circa due mesi mi sono recato nel capoluogo del dipartimento francese dove abitavo per fare alcuni documenti. Ebbene, ad un certo punto mi sono reso conto che mi soffiavo ancora il naso senza usare il fazzoletto che pure avevo in tasca. Due mesi dopo, sulla pubblica strada, avevo ancora conservato le abitudini obbligate del campo; ero ancora un po’ maiale. Era divenuta una abitudine tanto naturale, che per liberarsene occorreva del tempo. L’episodio può apparire insignificante; per me indica quanto a fondo noi fossimo precipitati. D.: Parlando di sua madre, ha accennato prima a Mengele, il mostro di Auschwitz. E’ vero che Lei deve a lui la sopravvivenza di sua madre? R.: Le racconto la storia di mia madre. Arrivammo a Auschwitz il 30 marzo. I bagagli rimasero nei vagoni nei quali avevamo viaggiato per 3 giorni. Scesi dal treno sulla massicciata, ci trovammo di fronte il tristemente celebre dottor Mengele. Con il solo gesto della mano ci destinava a destra o a sinistra. Fu subito chiaro che indirizzava a sinistra coloro che avevano una piccola probabilità di sopravvivere, cioè quelli che potevano ancora lavorare (situazione vantaggiosa per noi era il fatto di essere stati arrestati soltanto nel 1944, in un momento in cui i tedeschi avevano assoluto bisogno di manodopera). A destra stava una colonna di camion, sui quali furono fatti salire i bambini, spesso con le mamme che non li volevano abbandonare, i malati, gli anziani…Mia madre, 48 anni, era una piccola donna di salute malferma. Soffrendo alle gambe, di sua iniziativa si diresse verso destra, fra le persone che non sarebbero sopravvissute alla notte, ma nessuno di noi lo poteva sapere. Era stanchissima e non se la sentiva di percorrere a piedi le poche centinaia di metri che ci separavano dalla porta d’ingresso al campo di Auschwitz. Allora Mengele, il mostro di cui si pensa che abbia sulla coscienza la morte di almeno sei o settecentomila persone, questo mostro assoluto, a due riprese obbligò mia madre a dirigersi nella “direzione giusta” dicendole: “Lei può ancora lavorare!” Perché questo? Non lo si saprà mai. Mi è, comunque, difficile dover ammettere che paradossalmente devo la sopravvivenza di mia madre ad un “mostro”. Mia madre dovette eseguire l’ordine e nonostante le avventure e le traversie non cedette. Con la “marcia di gennaio” giunse a piedi fino a Ravensbrueck; proseguì poi, sempre a piedi, verso nord, fino all’Elba; fu liberata dai Russi un mese dopo di me. Rientrò e visse ancora 33 anni. D.: Al suo arrivo a Auschwitz fu subito marcato a vita con un numero, impresso sul braccio: siebzehn-dreiundsechszig… R.: No, no! Dix-sept…soixante-trois…quatrevingt-dixsept (176397). Me lo lasci dire in francese ! Me lo sono sentito urlare troppe volte in tedesco! Durante le prime ore trascorse a Auschwitz 1, nella notte, sono stato lavato e rasato, come tutti gli altri, con delle lamette Gillettes che erano già state usate migliaia di volte e che ci hanno lasciati rossi come gamberi. Sono poi stato tatuato con un numero sul braccio, glielo posso mostrare. Niente di particolare, neppure doloroso in sé. Ma più che un numero, quella era la nostra identità nel campo. Non è importante il tatuaggio in sé, ma la perdita di identità. Era difficile accettare di chiamarsi “176397”. Questo numero resterà sul mio braccio finché vivrò. Nel campo non si conoscevano che i numeri. Soltanto per i più vicini si poteva conoscere assai vagamente un nome, un cognome, un soprannome… Ricordo perfettamente il numero di Primo Levi: 174517. Ricordo quello di mio padre, un numero prima di me: 396, di mio fratello: 398, dei miei zii: 447 e 448. Molto male è venuto a noi dall’abituarci a questa perdita di identità; per questo era importante avere dei compagni di cui si conoscesse il cognome, talvolta il nome: era essenziale per conservare un minimo di identità. Essere un numero significa non essere più un uomo. Questo era lo scopo dei tedeschi, dapprima a loro stesso vantaggio, nei rapporti con noi: era più facile uccidere un numero, che uccidere un essere umano. E per noi era più degradante essere un numero, al pari di un capo di bestiame, di un bue nella mandria, marcato a vita con un numero impresso non solo sul braccio, ma anche altrove: “dentro la testa”! D.: Ritorniamo alla sua famiglia. Di sua madre ci ha già parlato. Qual è stata la sorte degli altri familiari? R.: Mio padre è rimasto a Auschwitz 1, a 6 km. dal mio campo: è morto. Quei 6 km. erano peggio che la distanza fra la terra e la luna. Non avevamo la possibilità di ricevere alcuna informazione. So che mio fratello era ancora vivo a gennaio ’45 grazie alla testimonianza, giuntami da un medico che si trovava nel campo di lavoro dove Pierrot era stato mandato,8 giorni dopo l’arrivo a Auschwitz, con 49 altre persone del mio convoglio. Fra i rari documenti rimasti a Auschwitz, ne ho ritrovato uno 3 anni fa: la lista di quelle 50 persone; sono sopravvissuti 2 uomini, uno nato nel 1900 e l’altro nel 1893, i più anziani. Mio fratello, invece, è morto ed era una forza della natura: circa 18 anni, alto più di m 1.80, alto e robusto e perciò destinato a una cava di pietra per fare cemento. Degli altri miei familiari non so nulla; il solo che ho visto morire è uno zio che con grande fatica mi ha accompagnato nella “marcia della morte” fino a Buchenwald e là è morto. In quale stato egli fosse l’ho dovuto dire io, al mio ritorno, a sua moglie; al figlioletto di 7 anni ho dovuto dire io che non avrebbe più rivisto il papà. Uno degli zii è partito nel mese di luglio ’44. Non so dove lo abbiano mandato, non sono sicuro che sia stato mandato a morte immediatamente. Di quasi tutti i familiari non so quando e come siano morti e se abbiano avuto sepoltura. Pensa che sia facile accettare tutto ciò, quando si è a piangere su una tomba che non contiene i resti della persona amata?
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La dedica di Jean Samuel agli studenti del Levi.
D.: Mi può dire qualcosa della “Marcia della morte”? R.: Ci fecero partire con gli zoccoli ai piedi su 25 centimetri di neve con una temperatura di -25°C, ricoperti di qualche straccio, ridotti pressoché ad uno scheletro (pesavamo tra i 35 e i 45 kg.); era il pomeriggio di giovedì 18 gennaio; marciammo fino all’indomani mattina percorrendo 42 km. Io ero tra mio zio e un giovane matematico con il quale parlai a lungo del teorema di Fermat. Ci davamo tutti il braccio per sostenerci, perché come uno abbandonava la colonna, dopo 2 minuti si sentiva uno sparo secco. Abbiamo lasciato decine di migliaia di morti lungo le strade dell’Alta Slesia. Dopo un riposo di 3 o 4 ore, siamo ripartiti e abbiamo percorso altri 25 km: ciò significa che in meno di 48 ore abbiamo percorso 67 km. a piedi. Sono convinto che non ci sia spiegazione fisiologica o medica di ciò che l’uomo può fare. La voglia di vivere permette di fare cose impossibili, incredibili. Per 5 giorni viaggiammo poi su dei convogli scoperti attraverso l’Alta Slesia e la Cecoslovacchia e il 26 gennaio giungemmo a Buchenwald con parecchi morti dentro i vagoni. D.: Quando ha conosciuto Primo Levi nel campo di Auschwitz? R.: E’ una storia curiosa. Avvenne il giorno in cui gli inglesi o gli americani prendevano le foto della fabbrica di Buna in costruzione per bombardarla, come in effetti fecero due mesi dopo. Era probabilmente il mese di maggio 1944. Al primo giungere degli aerei tutti i tedeschi si precipitarono nei fortini sotterranei: SS, operai, qualche deportato tedesco, Kapo, ecc. Noi prigionieri non ne avevamo diritto. Fu allora che Primo ed io ci ritrovammo soli in una piccola baracca ai bordi del campo. Parlammo forse per circa mezz’ora (per tutto il tempo dell’all’erta) delle nostre famiglie, della professione, di un sacco di cose. Mentre Primo cancellò il ricordo, per me quello fu un momento straordinario: era eccezionale non avere alle spalle né un Kapo, né un caporeparto e neppure le SS. Si verificò una cosa inimmaginabile: avere tante informazioni in un momento in cui era difficile averne. Poter parlare al campo era cosa assai rara per due motivi: anzitutto non si poteva parlate per il rumore e per la fatica; e poi perché parlare del proprio passato avrebbe richiesto giorni e giorni. La nostra vita era un momento, un quarto d’ora, una mezz’ora… Non c’era né passato, né futuro. Sa come si diceva “mai” nel campo? “Morgen frueh”: “domani mattina” era l’espressione per dire “mai”. Vivevamo costantemente nell’istante: era necessario fare attenzione a se stessi, evitare ogni cosa che fosse proibita, ma tutto era proibito. Primo ed io abbiamo avuto questo momento straordinario, per me un momento pieno di luce; curiosamente Primo non se ne ricordava più. D.: Un giorno lei chiese a Primo Levi di accompagnarla per la corvée della zuppa: 50 litri di zuppa da trasportare a spalle per un chilometro o più. Un momento straordinario per Lei, ma anche per Levi! R.: Io glielo ho chiesto, ma era necessario il consenso preventivo del Kapo, altrimenti non avrei potuto portare con me chicchessia. Era necessario che il Kapo fosse d’accordo; io proponevo; bisognava però proporre qualcuno che, oltre ad avere il permesso del Kapo, fosse ancora in forze; al ritorno c’erano da portare sulle spalle 50 kg. di zuppa più il contenitore; non tutti sarebbero stati capaci di farlo. Allora io cercavo di prendere i compagni che avessero ancora i mezzi fisici per farlo e con i quali avessi dei rapporti nel campo; l’ultima parola spettava al Kapo. Durante il cammino Primo mi chiese: “Di che cosa parliamo?” Risposi: “Insegnami un po’ d’italiano.” Due mesi prima, per qualche giorno, avevo diviso, se così si può dire, il mio giaciglio con Alberto, un amico di Primo, ed ero stato io a chiedergli di darmi qualche lezione di italiano. La lezione durava un minuto, un minuto e mezzo; cadevamo dal sonno, tanto eravamo stanchi. D.: Perché Levi scelse di ricostruire dei versi del Canto di Ulisse (Dante, Inferno, canto XXVI)? Risposta: Domanda senza risposta. Non lo so. E’ stata una iniziativa di Primo. Non conoscevo Ulisse, la storia; anzi, meglio, conoscevo Ulisse, ma non Dante. Conoscevo la storia della guerra di Troia per i miei studi liceali, ma non sapevo chi fosse Dante. Al liceo ho studiato latino e greco, ma non italiano. Non so dire il perché. E’ stata così, la scelta d’un attimo. D.: Nell’episodio vissuto nel lager si può leggere una parabola, una metafora: anche lì, come in Dante, c’è una discesa agli inferi e poi un tentativo di uscita dall’inferno. Ma vi siete scambiati i ruoli: dapprima Lei la guida (Virgilio) e Levi il discepolo (Dante); poi Levi la guida e Lei il discepolo. R.: Oh, io non sono mai stato la guida. E’ stato un caso. D’improvviso Primo mi chiese: “Di che cosa parliamo?” Occorreva rispondere immediatamente a una domanda posta così a bruciapelo. Non avevamo molto tempo e non si poteva certo parlare della vita nel campo. Risposi: “Insegnami un po’ d’italiano.” Per me questo è tutto. E Primo, perché ha finito per parlarmi di Dante? Non me lo ha mai detto. E’ stato un momento, un caso straordinario e felice, ma anche difficile per lui. Pensi un po’, non l’ho mai capito, ma mi è stato detto che non c’era motivo di sorprendersi: non era raro trovare degli italiani che conoscessero passi interi della Commedia di Dante. E’ vero? Lei ricorda il poema di Dante? Forse qualcosa! Lei sarebbe in grado di ricostruire a memoria un canto di Dante? Ne sarebbero capaci anche persone che non fanno gli insegnanti? A me è parso sorprendente che a dieci anni dalla fine del liceo si potesse tentare di ricostruire dei testi studiati. Forse non è da escludere. L’esperienza di ognuno di noi probabilmente è legata a delle letture che lo hanno impressionato più di altre. Sì, questo è tutto!
R.: E’ stato per me e per Primo un momento che nessuno dei due aveva potuto prevedere. E’ pensabile che con il tempo egli si sia reso conto della maggiore importanza di alcuni versi rispetto ad altri, di versi che forse non lo avevano colpito nella vita civile, ma che assumevano un rapporto sorprendente e stupefacente con le condizioni di vita nelle quali era venuto a trovarsi. Si sarà trovato via via nelle condizioni di pensare che Dante avesse potuto prevedere che un giorno sarebbe accaduto qualcosa ben peggiore di quanto egli aveva raccontato nell’Inferno. Glielo ho chiesto. La domanda gli è stata posta da altri. Credo che allora egli non abbia avuto il tempo per la premeditazione. Non avevamo tempo…! D.: La scoperta di “Se questo è un uomo”. Lei conosceva già il capitolo del canto d’ Ulisse prima di aver potuto leggere il libro intero? R.: Primo mi aveva mandato una copia del capitolo “Il canto di Ulisse” in lingua italiana; la conservo ancora; non ha, però, mai voluto farmene la traduzione. Ho letto qualcosa nella prima traduzione francese (1961/62), in quella pessima traduzione alla quale la traduttrice diede il titolo: “J’étais un homme” (Ero un uomo); Levi la fece immediatamente ritirare dal commercio e distruggere. In essa il capitolo di Ulisse di fermava al primo verso. Ci sono voluti più di 25 anni prima che potessi leggere il libro intero in una buona traduzione francese. Esattamente 15 giorni dopo la morte di Primo io ho potuto ritrovare l’amico nella pienezza straordinaria del suo libro e solo allora ho potuto leggere per la prima volta con esattezza il capitolo del “Canto di Ulisse”. D.: Quando si è incontrato nuovamente con Primo Levi dopo la liberazione? R.: Nel campo non potevamo scambiarci gli indirizzi: non avevamo né carta, né penna. Ho ritrovato Primo Levi nel marzo 1946 grazie a Charles Conreau, il personaggio della Storia di 10 giorni, l’ultimo capitolo di Se questo è un uomo. Da quel momento ci siamo scritti e abbiamo conservato tutta la nostra corrispondenza. Ci siamo rivisti la prima volta nel ’47, da uomini, con i capelli e un volto quasi normale. Ci siamo visti poi di frequente, in Italia o in Alsazia, l’ultima volta nel 1985, un anno e mezzo prima della sua morte. D.: Primo Levi è un testimone d’eccezione. R.: Un testimone straordinario che sopravvivrà a tutti noi e anche alle malignità di qualche critico letterario. Era dotato di una memoria formidabile. Appena liberato dai Russi, annotò tutto quanto aveva fissato nel ricordo durante la prigionia. Egli racconta storie che io ho vissuto accanto a lui, ma che io non ho mai conosciuto. Aveva la capacità di stabilire rapporti con tutti: ascoltava molto, parlava, con tanta discrezione riusciva a far parlare e molti affidavano a lui le loro confidenze, in un momento in cui tutti cercavano per lo più di nascondere la propria identità e la propria vita, perché era troppo doloroso parlarne. Egli è sopravvissuto per testimoniare; lo ha scritto a me: “Che lo vogliamo o no, noi siamo dei testimoni e portiamo il peso di questa missione che ci è stata affidata.” Ha incominciato subito a testimoniare; a me sono occorsi circa 35 anni per poter finalmente parlare e raccontare. Levi è la coscienza imperitura di molta gente! D.: “Questo (Auschwitz) è accaduto, dunque questo può accadere di nuovo.” E’ d’accordo su questo con Primo Levi? R: Non nello stesso modo, non necessariamente con il medesimo spirito. Le vicende vicine a noi della ex Jugoslavia sono sotto gli occhi di tutti e certamente non sono state migliori di quelle passate. E non parliamo dell’Africa. Il presente, se così si può dire, è peggiore del passato, perché ha dimensioni mondiali. Allora fu orribile, ma coinvolta era l’Europa, ora coinvolto è il mondo intero. Non si può giudicare, non si può. Primo Levi ha sempre scritto che quanto era accaduto poteva ricominciare sotto altre forme e disgraziatamente il suo pessimismo è risultato giustificato, quando si vive ai giorni d’oggi e si pensa a ciò che sta accadendo a bambini, a neonati, e ha dimensioni mondiali! E’ orribile!
R.: Sono diventato un po’ non credente, la mia fede ha vacillato non poco. Continuo a sentirmi ebreo sociologicamente. Lo sono culturalmente: a casa mia si mangia kashèr, cioè seguendo le prescrizioni rituali di purezza del cibo, ma ho perso molto della mia fede, benché preghi ogni giorno il Dio dei Padri. Penso che Dio non c’era a Auschwitz, non si è manifestato. Non ha voluto farlo, forse non ha potuto. E’ difficile accettare che oggi non accadano più miracoli come 3 o 4 mila anni fa. Sull’argomento si è scritto molto. Il testo che più mi ha impressionato è quello del filosofo tedesco Hans Jonas (1), il quale ha formulato l’ipotesi che Dio volesse intervenire, ma non poté farlo. Secondo la fede ebraica gli attributi di Dio sono la bontà (la volontà del bene è inseparabile dal concetto ebraico di Dio e non può sottostare a nessuna limitazione) e la conoscibilità (per quanto condizionata dall’essenza di Dio e dalla limitatezza umana). Se gli si attribuisse anche l’onnipotenza insieme alla bontà assoluta, egli dovrebbe essere incomprensibile: dopo Auschwitz si deve affermare che una divinità onnipotente o è priva di bontà o è totalmente incomprensibile. Se Dio può essere compreso solo parzialmente, la sua bontà irrinunciabile non deve escludere l’esistenza del male; e il male c’è solo in quanto Dio non è onnipotente. Durante gli anni di Auschwitz Dio restò muto. Furono i giusti di altri popoli a salvare, alleviare o, se non erano in grado di farlo, condividere la sorte di Israele. Questi furono i soli miracoli di allora. Ma Dio tacque. Non intervenne, conclude Jonas, non perché non volle, ma perché non fu in grado di farlo, avendo donato la libertà all’uomo. Sono d’accordo con lui. Alcuni tentativi di spiegazione religiosa non reggono: si sarebbe trattato di una punizione per il nostro non essere dei buoni ebrei. Non è ammissibile e non ha senso, essendo innumerevoli tra le vittime i lattanti o persone che mai avevano avuto la possibilità di fare del male. E poi non dimentichiamo che proprio nel campo alcuni sono diventati credenti. (1) Jonas Hans, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Una voce ebraica, il Melangolo, 1998. Si chiede Jonas: “Dio permise che Auschwitz accadesse. Ma quale Dio poteva permetterlo?” (pag. 22). Dopo Auschwitz va ripensato il concetto di Dio e va cercata una risposta nuova all’antico interrogativo di Giobbe sulla presenza del male nel mondo. “Bisogna forse lasciar cadere l’antica concezione di Dio signore della storia….L’atto creatore del mondo da parte di Dio è una scelta libera di alienazione di se stesso a vantaggio del mondo; Dio si è abbandonato all’avventura dello spazio e del tempo, non ha tenuto nulla per sé; nessuna sua parte è rimasta indenne, incontaminata” (pagg. 23-24). Del volto di Dio che si è messo totalmente in gioco nella vicenda del mondo Jonas delinea alcuni tratti: è sofferente (dal momento della creazione, in particolare dal momento della creazione dell’uomo), diveniente (viene toccato e mutato da ciò che accade nel mondo), si prende cura, cioè è coinvolto in ciò di cui si preoccupa, ma non come un mago: egli ha voluto far dipendere la sua preoccupazione da altri attori, per cui la sua situazione è quella di un Dio in costante pericolo (pagg. 27-31). A questo punto si inseriscono le considerazioni sull’onnipotenza o meno di Dio. D.: Lei ha prima accennato alla morte di Primo Levi: 11 aprile 1987. Si può parlare del suicidio etico di un uomo oppresso, schiacciato dalla sua esperienza di vita? Si è potuto trattare di un incidente? La fine tragica di Primo Levi viene a contraddire la sua opera o la conferma? R.: Non sono per nulla convinto che egli abbia voluto suicidarsi; penso che non si sia suicidato, diciamo così, volontariamente. Sono in possesso della copia di una lettera da lui scritta due giorni prima a una signora olandese che chiedeva di poterlo intervistare: diceva di essere un po’ affaticato e di non poterla ricevere immediatamente; proponeva un incontro 2 mesi dopo. La lettera è del 9 aprile, due giorni prima della morte. Non penso dunque che egli abbia voluto darsi la morte. Non è neppure evidente che egli si sia gettato nella tromba delle scale del palazzo dove abitava, a Torino. C’è un’altra possibilità. Un medico inglese aveva dei buoni rapporti con Levi, gli dava dei buoni consigli soprattutto per la depressione di cui soffriva. Purtroppo è arrivato troppo tardi, sabato sera, e il fatto è accaduto domenica mattina. Questo medico ha anche testimoniato di aver preso le misure dell’altezza del parapetto sul pianerottolo del palazzo e dei corrimano delle scale. Tutti molto bassi. Può essersi trattato, dunque, d’un incidente d’ordine terapeutico, dal momento che Primo era sotto l’effetto di psicofarmaci ed ha potuto avere un momento di confusione legato ad un impulso del tutto inconsapevole e incontrollabile. Io sono fermamente convinto che non si è trattato di un suicidio volontario e ancor meno di un suicidio a causa di Auschwitz. Questo lo hanno scritto in molti e di questa opinione sono tutti gli amici deportati di Primo. A mio avviso egli ha forse sofferto di un venir meno di argomenti di scrittura. Forse! Aveva tanto scritto! Era angosciato e depresso per il fatto di invecchiare e ciò gli impediva di continuare a scrivere. Questa è la mia opinione. Del resto, come si può pensare di essere in grado di entrare nelle profondità misteriose di una persona? D.: Nella conclusione de I sommersi e i salvati, Primo Levi scrive: “Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile. E’ un dovere, ma anche un rischio.” R.: Non sono d’accordo. Parlo spesso con i giovani, nei licei e nelle università, in Francia e in Germania, e non ho alcun problema. Le domande che mi vengono poste si assomigliano tutte: sulla vita nel campo, su aspetti materiali della vita nel campo, sulla maniera di uscirne. Una domanda mi è stata posta una volta soltanto; un ragazzo di 14 anni di una scuola poco lontana da Strasburgo alzò quel giorno la mano e mi chiese (più che di una domanda si trattava della richiesta di una conferma): “Ad Auschwitz ha incontrato Hitler?” Alla mia risposta negativa rimase veramente deluso. Le domande che i giovani pongono dimostrano tanto interesse (la loro generazione è molto più interessata di quella dei loro genitori), ma rivelano anche tanta disinformazione. E’ doveroso per noi intensificare la testimonianza anche di fronte ad episodi di antisemitismo che si ripetono con frequenza, pure in Alsazia. E’ di questi giorni lo sfregio di tombe ebraiche nei cimiteri di Colmar e di Strasburgo. Viviamo dei problemi e noi non possiamo tacere!
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